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Tor Bella Monaca: per Adelandia oltre il danno la beffa, non può riaprire e non ha importanza sociale

A stabilirlo una determinazione dirigenziale del dipartimento cultura. Nei giorni scorsi in Campidoglio era stata votata una mozione all'unanimità per chiedere la sospensione della chiusura

Immagine di archivio

Risultano irrilevanti le motivazioni di parte circa la storica importanza sociale del parco divertimenti come luogo di aggregazione sociale”. Con queste poche parole, contenute all’interno della determinazione dirigenziale inviata alla famiglia Dell’Acqua, il dipartimento attività culturali del Comune di Roma anche se solo simbolicamente dà uno schiaffo a quarant’anni di impegno e sacrificio perché Adelandia è stato per decenni un punto di riferimento di intere generazioni che sulle giostrine all’incrocio tra via Quaglia e viale Santa Rita da Cascia hanno trovato un’alternativa alla strada in un quartiere come Tor Bella Monaca. Il documento è stato redatto per annunciare la fine dell’iter con la cessazione dell’attività. In altre parole, Adelandia non può riaprire e, si spera, solo fino a nuovo ordine. 

Il dipartimento ignora la mozione votata all'unanimità in Campidoglio

A nulla è servita, almeno fino ad ora, la mozione votata in Campidoglio da tutte le parti politiche per chiedere una sospensione del decreto di chiusura. Già perché, questa votazione, è stata una delle poche e rare occasioni in cui tutti i partiti seduti sugli scranni del Comune, hanno sposato la stessa linea: Adelandia non deve chiudere. Ma per il dipartimento, il parco giochi è invece un parco divertimenti e come tale deve sottostare a delle regole che attualmente non sono in essere all’interno dell’area che, ricordiamo, è stata assegnata alla famiglia Dell’Acqua dopo aver vinto un regolare bando oltre trent’anni fa

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La famiglia Dell'Acqua, da 37 anni nel quartiere: "Una doccia fredda"

Abbiamo raggiunto Denise Dell’Acqua, figlia di Roberto scomparso nei mesi scorsi e come tale erede del parco: “Sono confusa, amareggiata, arrabbiata – ha detto al nostro giornale – Un mix di sensazioni che mi fanno stare male, non me l’aspettavo, non credevo possibile tutto questo. E’ stata una doccia fredda”. A commentare quanto accaduto anche il minisindaco del sesto Roberto Romanella: “Fa male leggere che non è stata considerata la valenza sociale, noi non ci arrendiamo e continuiamo a lavorare per trovare una soluzione anche per capire quali e quanti interventi devono essere realizzati all’interno dell’area”. A chiedere una sospensiva dello sgombero e un impegno della politica è anche il centro sociale di largo Mengaroni: “Siamo indignati da quanto leggiamo – ha detto Mario Cecchetti – Soprattutto perché si è ignorata una volontà generale di tutte le forze politiche, sicuramente non resteremo a guardare”. 
 

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